#Diversamente
MatteoRichetti

Richetti (Pd) ci spiega perché ha scelto di sfidare Minniti e Zingaretti

15 novembre 2018

“Io sono in campo, anche se capisco che non possa piacere al ceto politico del partito”

 

Roma. Impianto liberal, alla Carlo Calenda e alla Marco Bentivogli. Matteo Richetti, candidato alla segreteria del Pd, rivendica la sua distanza politico-culturale dai principali avversari, tutti a filiera corta Pci-Pds-Ds. Dice che gli hanno offerto di ritirare la sua candidatura, “ma io non ci penso neppure. Si va in campo quando si ha qualcosa da dire e quando si pensa di rappresentare un’esperienza dentro il Pd. E queste condizioni, piaccia o meno a qualcuno, ci sono tutte”. Quel “qualcuno” sono i suoi vecchi compagni di viaggio della Leopolda? “Guardi, penso che di me non abbia paura nessuno, questo non toglie l’amarezza nel sentire un amico e un compagno di partito e una persona come Paolo Gentiloni andare in tv e dire che in campo c’è solo Nicola Zingaretti e che siamo in attesa di Marco Minniti o Maurizio Martina. Io sono in campo, anche se capisco che non possa piacere al ceto politico del Pd, che si sta approcciando al Congresso non in termini di dibattito ma in termini di puro riposizionamento politico. Gentiloni e Franceschini che vanno su Zingaretti, Guerini e Lotti su Minniti”. Il punto però è un altro, secondo Richetti: la ripartenza del Pd, sia dal punto di vista organizzativo sia ideale-programmatico. “Tutti dicono che le primarie non devono essere un concorso di bellezza, ma l’unica cosa che si sceglie di fare è decidere con chi stare ancora prima di conoscere i contenuti”. Insomma, Richetti chiede rispetto per “la nostra proposta”. Il senatore rivendica una diversità – “diversamente”, è lo slogan– rispetto agli avversari, a partire dalla questione giovanile, che peraltro sarebbe un vecchio pallino dei primi frequentatori della Leopolda: “Ho impiegato i mesi in cui avevo responsabilità di partito a valorizzare persone come i ragazzi di Tempismo democratico in Campania, o come Claudia Feuli, Andrea Alemanni, Valentina Grippo, Ludovica Ferrari; tutte persone che oggi sono l’ossatura della mia candidatura. Ecco, se altri invece hanno preferito puntare su Vincenzo De Luca, Andrea Cozzolino e Mario Oliverio non è un problema mio. Noi nella nostra proposta siamo coerenti”.

 

Largo ai giovani, dice Richetti, che però avverte: “Smettiamo di pensare che rinnovamento sia il giovanilismo. Nel Pd che immagino voglio che ci sia un tema legato alle nuove generazioni, ma non per costruire un gruppo dirigente di persone che hanno meno di quarant’anni”. Il discorso è più ampio. “Per opporsi al reddito di cittadinanza non bastano un po’ di hashtag e storpiature”, per questo Richetti ha lanciato la proposta dello stage o del praticantato retribuito a chi non ha neanche diritto a un rimborso spese. “Dico no a chi vuol dare un assegno alla gente per stare con le braccia conserte ma dico anche di smetterla di non pagare chi sta lavorando”: Insomma, dice Richetti, “immagino un partito che sulle politiche del lavoro non faccia come Cesare Damiano, che vuole rimettere l’articolo 18, o come i turboliberisti che vedono il lavoro solo come un costo. Penso che i lavoratori dovrebbero partecipare agli utili d’impresa, sul modello tedesco, un tema caro alla Cisl”. C’è chi nel Pd vorrebbe fare un’alleanza con il M5s, Richetti che ne pensa? “Penso che il Pd debba andare oltre se stesso, con la capacità di riprendersi quell’elettorato che ha votato i Cinque stelle e che è stato deluso dalla nostra proposta. Lo possiamo fare lanciando un grande movimento, i Democratici, che parta dall’esperienza del Pd e allarghi il proprio campo a Emma Bonino e a Rossella Muroni. Se guidassi io il Pd mi presenterei così alle prossime Europee, avendo Carlo Calenda come frontman delle liste”. Ma che cosa manca al Pd di oggi? Secondo Richetti il suo partito dovrebbe riscoprire “un po’ di parole e di pensiero. Dal personalismo cattolico al comunitarismo come forma di convivenza. A sinistra c’è una crisi di parole oltre che di pensieri. La nostra candidatura rompe il requisito della provenienza come titolo principale per candidarsi alle primarie. Quando Minniti dice che la sconfitta del 4 marzo è peggio di quella del ’48 lascia intendere che nel prossimo Pd chi ha vinto nel ’48, cioè Alcide De Gasperi, forse non ha un riconoscimento chiaro. La sua è una sinistra che vuole solo guardare a sinistra. La nostra è l’unica candidatura che vuole andare avanti senza guardare nello specchio retrovisore”.

 

C’è poi la questione sicurezza, altro tema che interessa molto a Richetti. “Non dobbiamo storpiare temi come questo pensando che occuparsene sia un cedimento all’avversario. La sicurezza è un diritto delle persone quando governa la destra ma anche quando governa la sinistra. Il Pd non ha fallito sulla sicurezza ma sul tema integrazione. Va benissimo tenere il punto sulla riduzione degli sbarchi, ma mentre gli sbarchi si riducono diverse migliaia di persone non conoscono percorsi possibili di integrazione”. La strategia di Matteo Salvini pare essere chiara, come dimostra la vicenda di Baobab: “La politica di Salvini è mostrare il pugno di ferro superando le concentrazioni di migranti e aumentare di fatto i clandestini in circolazione, consegnandoli così alla microcriminalità. Questo accade anche perché in vigore c’è ancora una legge che prevede che uno straniero possa ottenere il permesso di soggiorno solo se parte con un contratto di lavoro in mano”. Il Pd di Richetti vorrebbe occuparsi anche di questo: “garantire la sicurezza ma permettere alle persone di integrarsi attraverso alcuni requisiti, come il percorso di studi o la residenza”, in modo da coniugare diritti e doveri.

 

di David Allegranti – www.ilfoglio.it