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Parla Matteo Richetti: “Renzi ha rappresentato una necessaria rottura di linguaggio. Ha aggiornato in senso riformista proposte su temi cruciali, io non voglio tornare indietro”

 

Dritti al punto Richetti: anche lei in campo per la segreteria?

Ma il problema è che questo non è il punto. E’ una degenerazione bella e buona chiedere a chiunque cerchi di dar un contributo di pensiero, di idee, di proposte: ti candidi? Ma oggi abbiamo bisogno di un nome o di una visione? Io penso della seconda. E’ per questo che ho lanciato un grande movimento di impegno comune, Harambee, per lavorare con profondità alla costruzione di questa visione. Sono pronto ad interpretarla, rispettoso di ciò che deciderà il Pd, ma non è una necessità personale. Sono di quelli che continua a far coincidere la politica con una “vocazione”, un chiamata. E la vocazione non te la autocertifichi, serve qualcuno che le riconosca. Quali saranno le gambe che consentiranno alle nostre idee di camminare le troveremo insieme. Senza drammi.

A partire da quelli che hanno risposto al suo appello di sabato scorso partecipando al primo Harambee all’Acquario romano?

Ne seguiranno altri, e tanti. Tutti costruiti su riflessioni non scontate. Sabato abbiamo discusso di ciò che non sempre trova spazi nelle nostre riunioni degli organismi di partito: politica estera, comportamenti sociali, protezione sociale, realtà giovanili. Abbiamo indagato le cause della sconfitta ma soprattutto ragionato del rilancio. Il momento più bello? L’intervento di Luca, giovane papà calabrese impegnato nell’associazionismo cattolico. Ha votato M5S ed è venuto per dircelo e scuoterci. Nel suo abbraccio ho sentito una passione e un’autenticità che, se ritrovata, può portare lontano il Pd.

Ecco appunto, qual è il Pd del suo Harambee?

E’ un partito che sprigiona passione e coraggio. Che non cede mai all’incoerenza. Che non premia chi porta tessere ma chi porta credibilità. Al Sud esistono realtà di una bellezza sconcertante: i giovani di Tempismo democratico e il loro quotidiano impegno di prossimità, amministratori che danno letteralmente la vita per combattere le quotidiane ingiustizie, esperienze sociali e imprenditoriali e sono veri e propri fari di speranza. Ma possiamo mettere tutto questo sempre dopo le nostre logiche interne? Senza coraggio, senza osare, senza buttare il cuore oltre l’ostacolo, non si va da nessuna parte. E poi c’è il profilo di partito e come vogliamo rispondere alle domande di questo tempo.

Di questo dobbiamo per l’appunto parlare. Il Pd deve “recuperare” a sinistra? La gestione Renzi ha spostato a destra il baricentro del Partito Democratico?

Io a questa discussione mi rifiuto di partecipare. La trovo talmente superficiale da diventare imbarazzante. Renzi non può diventare eroe o maledizione a seconda della percentuale messa a fianco del Pd. Quando arriva il 41% sfioriamo la beatificazione, quando tocchiamo il 19% diventa una maledizione. Siamo seri. Matteo Renzi ha rappresentato una necessaria rottura di linguaggio, forma e proposta della politica italiana nel campo del centrosinistra. Ha aggiornato in senso riformista proposte su temi cruciali come il lavoro, i diritti, l’Europa. Io non voglio tornare indietro. Non penso che il futuro della sinistra risieda nel suo passato. Non abbiamo portato altrettanta innovazione nel governo del partito. Abbiamo inflazionato il termine “comunità” senza viverlo fino in fondo. Ma si può e si deve riaccendere quell’entusiasmo e quella dimensione di servizio che anima il nostro popolo. Non commettiamo l’errore di pensare che sia solo una questione organizzativa, risolvibile con il funzionariato politico di un tempo.

Esiste un problema di linea politica?

Esiste un problema di ambiguità. Dobbiamo riscrivere le definizioni del nostro vocabolario, non cambiare le parole. Dobbiamo dire agli elettori che ci trovano sempre dalla stessa parte, parafrasando De Gregori, al nostro posto. Europeismo, ambientalismo, riformismo, contrasto alle disuguaglianze. Cosa ci sta dentro a queste definizioni? Bisogna rifondare un pensiero nuovo, senza inseguire quello di altri. Lo dico proprio nel rispetto della discussione di questi giorni sulle delicate scelte di legislatura. Ci serve un faticoso lavoro che parte da lontano, non possiamo concedere spazio al rischio che sta correndo il nostro Paese: la fine della politica, il suo pericoloso scivolamento in una sfera che non è quella della dimensione pubblica.

Fonte: Democratica